Concordati fiscalmente più vantaggiosi con accollo del debito

Ancora una volta è la Corte di Giustizia Tributaria di II grado della Lombardia ad intervenire sul rapporto tra Fisco e Crisi di Impresa. Sotto i riflettori una decisione che devia dalle prassi interpretative tradizionali dell’Amministrazione finanziaria riguardo l’imposta di registro applicabile ai decreti di omologa di concordati fallimentari con terzo assuntore.

Secondo l’approccio tradizionale sostenuto dall’Agenzia delle Entrate, quando un concordato prevede il trasferimento di beni a un terzo, l’imposta di registro dovrebbe essere calcolata sulla base aliquote previste per gli atti di trasferimento dei beni e dei diritti, ma, in caso di accollo dei debiti, confrontando queste ultime con quelle previste per l’accollo stesso. Secondo l’Agenzia delle Entrate, quindi, l’imposta di registro andrebbe determinata applicando l’aliquota più onerosa tra le due fattispecie (cessione vs. accollo), in applicazione dell’art. 24, comma 2, del TUR.

Questo principio, ad evidenza, potrebbe anche comportare un aggravio fiscale notevole e non giustificato.

I giudici lombardi, con la sentenza 747/2024, ritengo non fondata la tesi dell’Agenzia delle Entrate, stabilendo che l’assunzione delle passività in questi contesti è una componente intrinseca del concordato e non dovrebbe comportare un’imposizione fiscale addizionale. Secondo i giudici di seconde cure, quindi, l’accollo dei debiti nel concordato fallimentare è da considerarsi un atto accessorio, non autonomamente soggetto a imposta di registro ai sensi dell’art. 21, comma 3, del TUR (principio peraltro già ribadito in diversi arresti della Suprema Corte).

“Una decisione significativa per i futuri concordati fallimentari, e non solo, consentendo una corretta quantificazione anche degli oneri fiscali indiretti per le parti coinvolte nella crisi e rispecchiando più fedelmente il sistema di liquidazione dell’imposta di registra e la specialità della previsioni di cui al comma 3 dell’articolo 21, rispetto al precedente comma 2 – dichiara Simone Braidotti partner FCB – un caso che sottolinea, una volta di più, l’opportunità di un aggiornamento delle prassi dell’Agenzia delle Entrate in materia di imposta di registro sulla base delle nuove interpretazioni della giurisprudenza, anche costituzionale, e dei testi normativi, anche al fine di prevenire inutili contenziosi e ritardi nella gestione di una fase già complessa come quella della liquidazione degli attivi a favore dei creditori”